DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONE DELLE ALOPECIE
Per
alopecia si intende l’assenza o la carenza di peli o capelli
nelle aree di cute in cui essi sono normalmente presenti.
Il
termine alopècia comprende sia l’ipotrichìa, che indica la
carenza di peli o capelli, sia la “calvizie”, che indica la
mancanza irreversibile di capelli.
Il
termine “defluvio” (o “defluvium” dal latino) viene invece
utilizzato quando si vuole indicare una caduta anormale di capelli
per quantità e qualità, mentre quello di “effluvio” (o “effluvium”)
andrebbe riservato ai casi in cui la caduta è numericamente molto
elevata, anche molte centinaia di capelli al giorno, e
qualitativamente omogenea (tutti capelli in telogen maturo o in
anagen distrofico etc).
Secondo
l’articolo originale dell’autore che lo ha descritto per la prima
volta (Kligman, 1961), il telogen effluvium è una modalità
di caduta dei capelli che fa seguito a stress emotivi, malattie
febbrili soprattutto se prolungate, malattie croniche debilitanti,
parto, somministrazione di eparina etc Recentemente (1991), uno
dei più qualificati studiosi italiani su questo problema (A.
Rebora), ha fornito alcune interessanti precisazioni che
brevemente cercheremo di riassumere qui di seguito cercando di
interpretare il pensiero dell’Autore nella maniera più corretta
possibile. Il telogen effluvium può essere differenziato in
acuto e cronico: nel primo caso la caduta,
improvvisa e violenta, segue uno stimolo improvviso e violento,
della durata di pochi giorni o anche molto più breve (incidenti
stradali, morte di familiari, interventi chirurgici, febbre
elevata, parti difficili etc), dura da 2 a 3 mesi (cioè il tempo
che impiegano a cadere i capelli che si sono “rifugiati” in
telogen) e si risolve generalmente con il “ritorno” di tutti i
capelli; nel secondo caso la causa scatenante è molto più
sfumata (problemi sociali di adattamento, stati di ansia,
somministrazione di particolari farmaci, diete inadeguate etc) e
si assiste ad una caduta di capelli generalmente elevata, con
durata di mesi o anni, senza variazioni stagionali, senza tendenza
alla guarigione spontanea e, con il tempo, comparsa di un
diradamento diffuso e di varia entità. In pratica potrebbe
trattarsi di un’ “alopecia areata non areata” (o, con un termine
spesso utilizzato negli ultimi tempi, di un’ “alopecia areata
incognita”); nell’alopecia areata (vedi), lo stimolo causale
provoca arresto delle mitosi della matrice del pelo e caduta di
quest’ultimo con aspetto distrofico. Dal momento che la caduta si
manifesta a chiazze è evidente che l’ “insulto” deve trovare in
quella particolare area capelli che sono più suscettibili rispetto
agli altri e, dato che la sensibilità dipende dal grado di
attività mitotica (cioè di riproduzione delle cellule della
matrice), se i capelli si trovano già in fase catagen o telogen
sono completamente insensibili; i capelli che cadono nell’alopecia
areata devono obbligatoriamente trovarsi in fase anagen e non in
qualsiasi sottofase (perché altrimenti cadrebbero l’ 80-90% di
quelli presenti) ma solo in quella “anagen VI” (a più alta
attività mitotica). I capelli del vertice e del margine posteriore
di inserzione del cuoio capelluto, che hanno un anagen più lungo,
hanno pertanto maggiore probabilità di cadere come anagen
distrofici; la chiazza di alopecia areata può con il tempo
allargarsi perché, persistendo lo stimolo, altri capelli nella
zona circostante raggiungono la fase del ciclo vitale nella quale
sono maggiormente sensibili allo stimolo stesso. In casi
particolarmente gravi può succedere di veder cadere in breve tempo
tutti i capelli che si trovano in qualsiasi sottofase anagen con
persistenza solo di quelli in fase catagen e telogen. Poiché
questi ultimi cadranno in un tempo massimo di tre mesi (durata
costante della fase telogen) arriveremo, se non vengono
sostituiti, ad un’alopecia areata generalizzata (cioè con completa
assenza di capelli). L’alopecia areata è più rara a verificarsi in
chi ha già un’alopecia androgenetica per vari motivi:
1) la
fase anagen è accorciata;
2) più
capelli si trovano in fase telogen;
3)
percentualmente ci sono meno capelli;
4) i
capelli tendono a “sincronizzare” i loro cicli (cioè ad “animalizzarsi”),
con abbondanti cadute in autunno e in primavera così come gli
animali con pelliccia (come già in precedenza riferito normalmente
capelli vicini si trovano in fasi di sviluppo differenti in modo
che i ricambi avvengono “a mosaico” evitando così, a parte qualche
accelerazione stagionale sulla falsariga di quanto si verifica in
molte specie animali, di avere periodi dell’anno con più e meno
capelli).
Sarà
quindi meno probabile che l’”insulto” trovi i capelli nel periodo
sensibile mentre, dato che l’accorciamento della fase anagen
comporta obbligatoriamente un anticipato passaggio verso quella
telogen, sarà possibile che lo stesso stimolo che in un cuoio
capelluto “normale” provoca la caduta in anagen distrofico (e
quindi clinicamente l’alopecia areata) determini, in numerosi
capelli di un cuoio capelluto che già presenta un’alopecia
androgenetica o altre cause che hanno portato ad “animalizzazione”
dei cicli (ad esempio al momento del parto, quando all’ improvvisa
caduta degli estrogeni si associa lo stress della particolare
situazione, e al termine di lunghi periodi di assunzione di
contraccettivi orali, anch’essi contenenti estrogeni), un’
accelerazione verso il passaggio (che già era in atto) alla fase
telogen e il conseguente consueto periodo di attesa di tre mesi
prima della massiccia caduta che si presenterà in questo caso come
“telogen effluvium acuto”. Seguendo questa chiave di
interpretazione la possibilità che una caduta di capelli, quale
conseguenza ad esempio di alcune terapie farmacologiche, si
manifesti come “alopecia areata” o come “telogen effluvium acuto”
sarebbe dovuta non al tipo di farmaco, ma al modo con cui il
paziente sta ricambiando i propri capelli (cioè se capelli vicini
si trovano in fasi differenti oppure sincronizzate di sviluppo).
D’altra parte può anche verificarsi il caso in cui lo stimolo che
porta ad un telogen effluvium cronico possa colpire i capelli di
un cuoio capelluto con normale asincronia dei cicli (cioè il
ricambio fra capelli vicini avviene in maniera non sincronizzata)
determinando prima un repentino passaggio alla fase telogen
(indipendentemente dalla sottofase anagen in cui i capelli si
trovavano) e quindi, successivamente, una “sincronizzazione” dato
che questi capelli “rinasceranno” tutti più o meno nello stesso
momento; come abbiamo visto poco sopra la sincronizzazione
favorisce infatti il persistere del telogen effluvium piuttosto
che l’alopecia areata.
Un
preciso inquadramento delle alopecie, sia come caratteristiche
cliniche che come modalità di caduta, è pertanto indispensabile
per evitare di etichettare frettolosamente e spesso in maniera
errata tipo e cause della caduta con conseguenti scarsi risultati
terapeutici. E’ pertanto necessaria un’approfondita indagine
anamnestica (ceppo familiare, storia e decorso di precedenti
malattie etc), clinica (intesa non solo come esame del
cuoio capelluto ma anche e soprattutto come valutazione generale
dello stato di salute e di nutrizione del paziente) e
laboratoristica, che comprende non solo gli esami propri del
capello (esame microscopico dei capelli caduti con il lavaggio,
tricogramma, conta tricologica totale, mineralogramma etc), ma
anche quelli di valutazione generale (esami ematochimici di
routine con particolare riferimento ad emocromo, sideremia,
transferrinemia, zinchemia, cupremia e magnesiemia) e, in casi
selezionati, i dosaggi ormonali nel sangue e nelle urine.
Classicamente le alopecie vengono distinte in temporanee
(transitoria inibizione funzionale della papilla del pelo) e
definitive (scomparsa del follicolo e della papilla
germinativa).
Da
queste vanno differenziate le pseudo-alopècie, nelle quali
i capelli sono stati strappati via o si sono spezzati (tricoclasìa)
in seguito ad eventi traumatici, chimici, infettivi o per anomalie
congenite del fusto: l’ alopecia cioè si presenta, a parte la
prima eventualità, senza perdita completa del capello.
1)
ALOPECIE NON CICATRIZIALI
2)
ALOPECIE CICATRIZIALI
3)
PSEUDO ALOPECIE
ALOPECIE NON CICATRIZIALI
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1) androgenetica o calvizie |
comune
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2) fronto parietale maschile |
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3) post gravidica |
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4) luetica |
caduta sempre in telogen |
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5) da trazione |
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6) da traumi psicofisici |
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7) neurologica |
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8) da denutrizione |
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9) post anestesia generale |
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10) infettiva |
caduta in telogen o anagen |
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11) iatrogena |
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12) areata |
caduta sempre in anagen distrofico |
ALOPECIE CICATRIZIALI
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1) cicatrici |
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2) pseudoarea di Brocq |
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3) mucinosi follicolare |
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4) neoplasie |
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5) radiazioni ionizzanti |
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6) aplasia cutis verticis |
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|
7) sclerodermia |
forme ad impronta autoimmune |
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8) lupus eritematoso discoide |
|
9) lichen planus |
|
10) follicolite decalvante |
forme infettive |
|
11) tigna favosa |
|
13) kerion |
PSEUDO ALOPECIE
1)
Anomalie congenite del fusto con aumento di fragilità
2)
Anomalie acquisite del fusto con aumento di fragilità
3)
Tricotillomania
4)
Tigne tonsuranti
CLASSIFICAZIONE DELLE ALOPECIE PER PROGNOSI
Alopecie Transitorie
Alopecie Definitive (spesso cicatriziali)
Pseudoalopecie
Alopecia androgenetica (“calvizie comune”)
E’ la
forma più conosciuta delle alopecie non cicatriziali.
E’
anche chiamata, con termini tutti riduttivi, seborroica, precoce,
maschile. E’ caratterizzata da iniziale perdita dei capelli del
vertice e successivo coinvolgimento alopecico di tutta la parte
alta del cuoio capelluto, con tipico risparmio della nuca e delle
tempie, fino alla calvizie “a corona”. L’alopecia androgenetica è
accompagnata spesso, ma non costantemente, da seborrea e
desquamazione furfuracea. Essendo questa la forma di alopecia di
cui trattiamo più diffusamente in tutta la monografia non ci
dilunghiamo oltre in queste righe.
“Alopecia fronto-parietale maschile”
Clinicamente è caratterizzata da innalzamento della linea
fronto-parietale dei capelli che assume, nel maschio, la tipica
forma ad M (“stempiatura”). Corrisponde allo stadio I di Hamilton
e agli stadi 1 e 2 di Hamilton modificati secondo Norwood (vedi) e
non è un preludio obbligato all’alopecia androgenetica. Infatti,
non di rado si osservano soggetti calvi che conservano inalterata
la linea di attaccatura frontale e viceversa, e più
frequentemente, soggetti “stempiati” con densità dei capelli nella
zona del vertice perfettamente mantenuta. L’alopecia androgenetica
e l’”alopecia fronto-parietale maschile” si comportano quindi come
due forme indipendenti, determinate probabilmente da geni diversi
e non necessariamente coesistenti nello stesso individuo.
Alopecia da radiazioni
La
radiodermite del cuoio capelluto può fare seguito a trattamenti
radianti a scopo terapeutico (tumori maligni etc), ad accertamenti
diagnostici, ad eventi bellici o ad incidenti sul lavoro. Nella
radiodermite acuta (rara) si può avere alopecia transitoria
mentre in quella cronica, che può manifestarsi anche dopo
20-30 anni e più dalla data di inizio dell’esposizione, la cute
diviene secca ed atrofica (ridotta di spessore), mancano le
strutture pilosebacee e si evidenziano teleangectasìe (dilatazioni
permanenti dei piccoli vasi superficiali della cute) e discromìe
(variazioni del tipo e della tonalità dei colori). Sulle
radiodermiti croniche possono facilmente insorgere epiteliomi
spinocellulari (anche a distanza di anni).
Alopecia da trazione
E’
un’alterazione piuttosto frequente e rappresenta la diretta
conseguenza di trazioni continue e ripetute sui capelli: legatura,
trecce, bigodini, “messa in piega”, “permanenti” etc Nei casi
più modesti il danno è evidenziabile solo al microscopio per
la presenza, nella ripartizione percentuale dei capelli caduti in
un lavaggio, di anagen e di capelli spezzati (normalmente
assenti). In quelli più gravi invece già all’esame clinico
si osservano eritema perifollicolare, pustole e leggera
desquamazione; come per la tricotillomania (vedi), a lungo andare,
possono determinarsi dei danni irreversibili. Le sedi più colpite
sono quelle dei margini di inserzione, dato che a questo livello
la trazione meccanica è massimale.
Tricotillomanìa
Il
termine indica un disturbo psico-neurotico in genere difficile da
diagnosticare con certezza e ancora più difficile da fare
accettare ai genitori del paziente. Si tratta per lo più di
bambini che, più o meno coscientemente, prendono l’abitudine di
attorcigliare e tirare i capelli con le dita. L’alopecia si
manifesta preferibilmente nelle aree fronto-parietali con chiazze
irregolari della grandezza di anche diversi centimetri, nelle
quali i capelli sono in parte assenti ed in parte spezzati
all’altezza di 2-3 mm (al di sotto di questa lunghezza non è
infatti possibile afferrarli con le dita). Il cuoio capelluto
appare indenne. Se nell’area interessata vengono asportati i
capelli superstiti si potrà osservare la completa assenza di
quelli in fase telogen. Istologicamente, nei casi gravi, il
follicolo può subire fratture nella continuità della matrice e
distacco della guaina epiteliale esterna da quella connettivale
con successive emorragie intra ed extra follicolari e riparazione
più o meno completa con tessuto cicatriziale. Ciò determinerà,
anche se lo stimolo cessa, la persistente impossibilità di
produzione di un capello normale (tricomalacìa). La terapia è di
competenza medico-psichiatrica.
Alopecia post-gravidica
Si
manifesta con un “telogen effluvium” (caduta di soli telogen
maturi) 2-3 mesi dopo il parto; tende a risolvere spontaneamente
ed è dovuta alla brusca caduta degli estrogeni circolanti (con
conseguente relativa e transitoria carenza degli estrogeni stessi)
e all’azione della prolattina (fisiologicamente molto alta durante
la gravidanza e l’allattamento) associate allo stress del momento.
Alopecie post-infettive
Si
manifestano durante o dopo stati morbosi ben definiti. Quella
tifica e quelle che avvengono durante gravi stati febbrili
determinano in genere un effluvium in anagen, mentre quelle
conseguenti a malattie febbrili più blande, alla sifilide
secondaria, all’ epatite virale e ad infezioni ad andamento
cronico in genere si presentano solitamente con il quadro del “telogen
effluvium”.
Alopecie carenziali
Verranno trattate nel capitolo relativo a dieta e integratori
alimentari.
Tigne-Kèrion- tigna favosa
Con il
termine tigna si intende l’aggressione del capello (o del
pelo) da parte di un micete (“fungo”) . La tigna del cuoio
capelluto (tìnea càpitis) si presenta con una o più chiazze
eritematose, desquamanti, nelle quali i capelli sono spezzati e di
aspetto impolverato (spore del fungo). A seconda del tipo di
micete in causa le chiazze potranno essere singole o poco
numerose, a limiti netti, rotondeggianti, di diametro fino a 5 cm,
con capelli troncati 2-3 mm sopra l’emergenza dal cuoio capelluto
(tigna microsporica), oppure più numerose, a limiti indistinti, di
disegno irregolare e larghezza non superiore a 1-2 cm, con capelli
troncati all’emergenza (punti neri) associati ad altri
“superstiti” all’interno della chiazza (tigna tricofitica). Il
contagio può derivare dal contatto con animali domestici (Micròsporum
canis...), animali da stalla (Tricòphyton mentagrophytes,
Tricòphyton verrucosum...), suolo (Micròsporum gypseum...), altri
esseri umani (Micròsporum audouinii, Tricòphyton tonsurans,
Tricòphyton violaceum...). La tigna, se ben curata, regredisce e
si risolve definitivamente in 4-6 settimane.
Nel
Kèrion alcuni dermatofiti, ed in particolare i tricofiti
zoofili sopra ricordati, determinano perifollicoliti e follicoliti
profonde e suppuranti che successivamente si fondono dando origine
a chiazze rilevate fortemente eritematose, sormontate da
formazioni papulo-nodulari e pustolose dalle quali fuoriesce pus
in quantità abbondante in seguito a pressione anche modesta. I
capelli che si trovano all’interno delle chiazze vengono
inizialmente troncati dal micete e successivamente eliminati
definitivamente dal processo suppurativo cicatriziale.
La
tigna favosa, rara in Italia, è una micosi del cuoio capelluto
determinata di solito dal Tricòphyton schonleinii, antropofilo, e,
più raramente, dai Tricòphyton quinckeaneum e gallinae. Si
presenta con chiazze eritemato squamose perifollicolari centrate
da una pustola (abbastanza grande) che successivamente si apre
lasciando una patognomonica depressione giallastra a scodellina (scùtulo),
di 5-7 mm di diametro, dallo sgradevole odore di “urina di topo”,
costituita da ammassi di filamenti miceliali, spore e lamelle
cornee disposte in modo concentrico attorno al follicolo. L’esame
alla luce di Wood evidenzia una fluorescenza giallo-verdastra. Gli
scutuli possono estendersi in modo centrifugo raggiungendo i 2-3
cm di diametro e confluire poi in ampie masse crostose
giallo-verdastre, stratificate e friabili, all’interno delle quali
si possono trovare dei capelli assottigliati, opachi, decolorati,
“impolverati” e facilmente asportabili. La terapia è prolungata e,
se non effettuata correttamente e precocemente, può non impedire
l’evoluzione finale in alopecia cicatriziale (caratteristicamente
all’interno delle chiazze permangono ciuffi di capelli
superstiti).
Alopecia iatrogena (da farmaci)
E’ una
alopecia in telogen, o talvolta in anagen, diffusa e spesso
intensa. Storica ad esempio l’alopecia da acetato di tallio, una
volta usato come alopecizzante per la terapia delle tigne del
cuoio capelluto, ma reperibile ancora oggi nei ratticidi (rischio
di ingestioni accidentali o a scopo suicida). Sottolineando che
tutte le alopecie iatrogene risolvono spontaneamente alla
sospensione del farmaco responsabile, riportiamo di seguito un
elenco dei farmaci e delle sostanze alopecizzanti di uso (ed
abuso!) più comune.
|
Acido borico
Acido
nicotinico
Acido
retinoico
Allopurinolo
Anabolizzanti steroidei
Androgeni
Arsenico
Bismuto
Bleomicina
Captopril
Ciclofosfamide
Carbamazepina
Cimetidina
Citostatici
Clofibrato
Clomifene
Clonazepam
Cloramfenicolo
Cloroprene
Colchicina
Corticosteroidi |
Danazolo
Dicumarolo
Dixirazina
Eparina
estroprogestinici
Etambutolo
Etionamide
Griseofulvina
Idantoinici
Ibuprofene
Imiprazina
Indometacina
odio
Levodopa
Litio
Mercurio
Metisergide
Metildopa
Metoprololo
Methotrexate
Monossido di carbonio
Morfina |
Naprossina
Nitrofurantoina
Sulfasalazina
Verapamil
Penicillamina
Procainamide
Probenecid
Potassio tiocianato
Propanololo
Sali
d’oro
Tallio
Tiamfenicolo
Tiouracile
Vitamina A |
Segnaliamo, per curiosità, che esiste un’alopecia farmacologica da
sostanze tossiche assunte con gli alimenti (alopecia da funghi,
che contengono muscarina, alopecia da anacardi che contengono
sostanze ad azione dicumarolica, alopecia da ingestione di grosse
quantità di aglio etc).
Alopecia areata
Dopo
l’alopecia androgenetica è sicuramente la forma più “coinvolgente”
fra le alopecie non cicatriziali. E’ generalmente caratterizzata
da una o più chiazze, rotondeggianti od ovalari, di diametro medio
di 3-4 cm, prive di capelli o di peli (in particolar modo della
regione della barba), senza alterazioni (talvolta è presente
leggera e reversibile atrofia dell’epidermide) e segni clinici di
infiammazione (solo in rari casi il colorito può essere roseo e
associato a modesto edema), con follicoli piliferi conservati (ma
talvolta non visibili ad occhio nudo) ed apparentemente indenni.
La cute può apparire leggermente ipotonica (iperlassità
probabilmente dovuta alla scomparsa delle radici dei capelli).
Alla periferia delle chiazze, che hanno tendenza ad allargarsi in
modo centrifugo, sono presenti dei piccoli capelli in fase anagen,
corti e spezzati (4-12 mm di lunghezza), di aspetto distrofico,
caratteristicamente sempre più assottigliati andando
dall’estremità distale (scura e rigonfia) verso il bulbo
(assottigliato e decolorato), definiti “capelli a punto
esclamativo”. Sono tipici dell’alopecia areata e conseguenza
dell’alterato funzionamento delle cellule della matrice.
L’asportazione, con pinzette, di questi capelli, è particolarmente
agevole a causa della mancanza delle guaine di ancoraggio. Sia il
tricogramma che il controllo microscopico dei capelli caduti in un
lavaggio dimostrano un defluvio in anagen distrofico.
Per
quanto riguarda l’eziopatogenesi sono stati, di volta in
volta, chiamati in causa stati ansiosi, malattie endocrine,
infettive etc anche se l’ipotesi che attualmente gode di maggior
credito è quella di una patologia autoimmune verosimilmente
scatenata da uno stato ansioso-depressivo. Secondo il parere di
alcuni Autori, l’alopecia areata si determinerebbe quando un
insulto forte porta ad un brusco arresto delle mitosi di tutti i
capelli che in quel momento si trovano nella fase più delicata
della crescita e a massimo indice mitotico (sottofase anagen VI)
con successiva caduta in anagen distrofico. Istologicamente
nella chiazza recente si osserva un infiltrato linfocitario
prevalentemente perifollicolare e perivascolare, nella chiazza
stabilizzata un follicolo distrofico (piccolo e atrofico) e in
quella di vecchia data scomparsa dell’infiltrato
perifollicolare e atrofia completa del follicolo (circondato da
fasci collageni ispessiti ed anelastici). La preferenziale
localizzazione al vertice può essere spiegata tenendo conto che a
questo livello l’anagen è più lungo rispetto alle zone
temporo-parieto-occipitali eccettuati i margini di inserzione;
questo dato giustifica fra l’altro la scarsa tendenza
autorisolutiva e gli spesso insoddisfacenti risultati della
terapia delle alopecie di queste ultime zone (alopecia areata
maligna od ofìasi). Sempre per lo stesso motivo è rarissima una
alopecia areata isolata di ciglia e sopracciglia (a causa della
brevità dell’anagen) che è invece generalmente da porre in
relazione con una tricotillomania. Come già accennato, normalmente
non è necessaria alcuna terapia dato che i capelli ricrescono da
soli (spesso all’inizio bianchi per una discrepanza fra l’attività
mitotica del melanocita e quella del cheratinocita) in tempi
variabili fra qualche settimana e qualche mese. Nei casi più
refrattari possono essere utilizzate terapie locali con
corticosteroidi per infiltrazione (rischio di atrofia), sostanze
rubefacenti, fenolo, raggi ultravioletti, criomassaggi con neve
carbonica etc, associate a terapie generali sia corticosteroidee
(da riservare a casi selezionati) che psiconeurologiche (incluse
quelle farmacologiche). Riteniamo opportuno consigliare di
affrontare il programma terapeutico senza attendere più del
necessario la “guarigione spontanea” perché, nel caso questa poi
non si verifichi, stimolare la risposta follicolare, relativamente
alle nostre esperienze, risulta più difficile. In casi non rari
qualsiasi terapia risulta peraltro inefficace.
Lupus eritematoso
Il lupus eritematoso può interessare il cuoio capelluto sia nella
forma sistemica (LES) che in quella discoide
fissa (LED). Nel primo caso i capelli in parte cadono
(l’alopecia è di solito reversibile) e in parte si presentano
secchi, fragili e spezzati; sul margine frontale possono essere
presenti caratteristici capelli corti (hair lupus). Nel secondo
caso la manifestazione è invece più caratteristica: un numero
variabile di chiazze prive di capelli (in genere da 1 a 4) si
presenta con eritema (arrossamento), ipercheratosi follicolare
marcata (fittoni duri, di materiale corneo, in corrispondenza dei
follicoli piliferi) e atrofia (marcata riduzione di spessore della
cute) a cui si associano, come sintomi di secondaria importanza,
desquamazione, discromia e teleangectasie. L’esito è cicatriziale
definitivo e quando residuano solo le cicatrici la diagnosi
differenziale con le altre alopecie cicatriziali è praticamente
impossibile.
L’eziologia è sconosciuta e la patogenesi
autoimmunitaria (sarebbe legata alla comparsa di cloni di cellule
immunocompetenti attive contro antigeni normali dell’organismo).
Nel siero, con l’immunofluorescenza indiretta, sono
dimostrabili:
1) autoanticorpi rivolti contro costituenti nucleari, costituenti
citoplasmatici, costituenti sierici e contro antigeni di
superficie sia di elementi figurati del sangue (globuli rossi,
globuli bianchi e piastrine) che di organi;
2) Complessi Immuni;
3) Crioglobuline;
4) riduzione dell’attività complementare totale e di singole
frazioni del complemento;
5) deficit dell’immunità cellulo-mediata.
Nel lupus eritematoso possono essere documentati reperti
immunopatologici anche a livello cutaneo: con la tecnica dell’immunofluorescenza
diretta si dimostra un deposito granulare di immunoglobuline e
complemento alla giunzione dermo-epidermica (membrana basale) ed
in sede vascolare che prende il nome di Lupus Band Test.
L’istologia è caratterizzata essenzialmente da
ipercheratosi, alterazione degenerativa vacuolare liquefacente
focale dei cheratinociti dello strato basale, infiltrato
monocitario periannessiale e giunzionale.
La terapia, con risultati variabili soggetto per soggetto,
viene effettuata con corticosteroidi ed antimalarici di sintesi.
Sclèrodermìa
Le sclerodermie sono dermatosi croniche, anch’esse autoimmuni,
caratterizzate da insidiosa e lenta trasformazione, circoscritta o
diffusa, della cute che assume un aspetto cicatriziale, ispessito,
non sollevabile in pieghe e un colore simile alla cera o
all’alabastro. Nell’ampia dizione di “sclerodermia” rientrano sia
forme localizzate, puramente dermatologiche,
contraddistinte da chiazze a limiti netti a volte circondate da un
caratteristico bordo rosso-lilla, con decorso autolimitato
benigno, sia forme diffuse ad andamento progressivo in cui
lo stato sclerodermico inizia subdolamente, ad esempio alle mani,
al torace, al volto, per poi diffondersi alle zone adiacenti
costruendo in ultimo intorno al soggetto una specie di “armatura”
che rende difficoltosi o impedisce del tutto i movimenti
articolari; in un periodo successivo vengono interessati altri
organi, l’esofago, l’intestino, i polmoni, il cuore etc con esito
finale quasi sempre fatale. La patogenesi della
sclerodermia è attualmente prospettata come immunologica: nel
siero, con l’immunofluorescenza indiretta, sono
dimostrabili anticorpi contro vari apparati (collagene,
mitocondri, apparato del Golgi, centrìolo etc) ma, soprattutto
(60-80% dei casi), anticorpi antinucleo cellulare (A.N.A.) diretti
contro i nuclei delle cellule endoteliali dei capillari dermici
che, secondo molti Autori, rappresenterebbero la primitiva lesione
della sclerodermia sistemica. L’istologia è caratterizzata
essenzialmente da ipertrofìa (aumento di volume) e neoformazione
di fasci di collagene e da progressiva iperplasìa dell’intima dei
vasi (aumento del numero delle cellule che rivestono la parete
interna del vaso, quella cioè a contatto con il sangue),
soprattutto arteriolari, fino a stènosi completa del lume. La
terapia, prolungata e spesso inconcludente, si basa su
corticosteroidi, griseofulvina e farmaci vasoattivi per le forme
sistemiche e su corticosteroidi locali e antimalarici di sintesi
per via generale per quelle circoscritte.
Lichen planus
Il lichen planus è una frequente eruzione cutanea caratterizzata
dalla comparsa di papule (rilievi circoscritti cutanei formati da
un ammasso di cellule) che:
a) sulla cute assumono un caratteristico aspetto poligonale
(diametro 3-10 mm) con colorito rosso-lilla (in particolare sono
interessate la superficie flessoria degli avambracci e dei polsi,
il dorso delle mani, i genitali, gli arti inferiori);
b) a livello delle regioni palmo-plantari si manifestano
come semplici rilievi di tipo corneo (simulanti delle callosità);
c) sulle mucose si presentano infine come papule biancastre
disposte a nervatura di foglia (mucosa geniena, cioè all’interno
delle guance) o rotondeggianti (sulla lingua).
Sul cuoio capelluto la malattia inizia con una fase
abbastanza fugace di papule dal tipico colorito lilla associate a
eritema e desquamazione, seguita poi da cheratosi follicolare (lichen
follicolare) e successiva atrofia cicatriziale. Quando la chiazza
cicatriziale ha tendenza ad allargarsi in modo centrifugo la
cheratosi follicolare può essere presente ai bordi. Da ultimo le
lesioni si presentano di colorito bianco-avorio, irregolari e la
diagnosi non è più possibile (pseudopélàde) se non si reperiscono
altrove le lesioni tipiche. Istologicamente a livello
dell’epidermide si osserva ipercheratosi (aumento di
spessore dello strato corneo), acantòsi (aumento di spessore degli
strati spinoso e granuloso) e degenerazione vacuolare delle
cellule basali; a livello del derma predomina un infiltrato
cellulare, prevalentemente T linfocitario e macrofagico, aderente
all’epidermide e con margine inferiore nettamente definito
infiltrato a banda) associato a corpi colloidi eosinofili. La
patogenesi dell’affezione è verosimilmente immunodeterminata
(probabilmente da linfociti T ad attività citotossica sulle
cellule dello strato basale dell’epidermide). La terapia,
problematica, viene effettuata soprattutto con i corticosteroidi
per via intralesionale o generale.
Pseudoarea di Brocq
Con il nome di “pseudoarea” Brocq ha descritto un’alopecia di tipo
atrofico-cicatriziale in piccole e numerose aree, a localizzazione
elettiva al vertice, caratterizzata da evoluzione lenta e
progressiva in assenza di fenomeni infiammatori significativi. Le
chiazze si presentano di colore bianco-avorio e glabre . Non di
rado l’atrofia risparmia, all’interno delle singole chiazze,
alcuni capelli che tuttavia sono facilmente asportabili con
modesta trazione. Sia questi capelli, che quelli posti alla
periferia delle chiazze mostrano, se asportati, una guaina
traslucida, gelatinosa, più o meno spessa, che riveste per alcuni
millimetri la radice. La pseudoarea colpisce soprattutto le donne
fra 20 e 40 anni e, pur estendendosi progressivamente in modo
centrifugo, difficilmente determina un’alopecia totale.
Istologicamente si osserva un infiltrato linfomonocitario
perifollicolare. L’eziologia è controversa ma, la maggior
parte degli Autori è ormai orientata a considerarla un’entità
autonoma solo quando non si riesce a collegarla con malattie
specifiche (LED, lichen planus, sclerodermia, follicolite
decalvante etc) delle quali rappresenterebbe una particolare
espressione a livello del cuoio capelluto.
Mucinosi follicolare (alopecia mucinosa )
Questa malattia, ad eziologia sconosciuta, è stata
descritta da Kreibich nel 1926 e da Gougerot e Blum nel 1932. Si
presenta in tre forme principali: la prima, mucinosi
follicolare acuta benigna, è caratterizzata da chiazze
eritematose di qualche centimetro di diametro e da papule del
colore della pelle normale, localizzate a viso, collo, spalle e
cuoio capelluto (dove i capelli cadono lasciando gli ostii
follicolari sporgenti); colpisce prevalentemente bambini e giovani
adulti e risolve senza trattamento. La seconda, mucinosi
follicolare cronica benigna, si presenta con lesioni simili
alle precedenti, ma più numerose e diffuse e associate ad altre di
aspetto nodulare; colpisce per lo più individui adulti ed è
benigna nonostante il lungo decorso e le frequenti esacerbazioni.
La terza, mucinosi follicolare secondaria o paraneoplastica
(15-25% dei casi), sempre associata ad un linfoma (tumore
maligno delle cellule linfocitarie), è caratterizzata da placche
multiple generalizzate ed infiltrate, interessa quasi
esclusivamente individui fra i 40 ed i 70 anni di età. Nel primo
caso l’alopecia è reversibile, nel secondo e nel terzo caso
diventa invece lentamente cicatriziale. Istologicamente si
osservano: a livello dell’epidermide, restringimenti
nucleari ed alterazioni degli organuli intracitoplasmatici; a
livello del derma un infiltrato linfomonocitario più o meno
significativo. Il danno è invece evidente a livello della guaina
epiteliale esterna e della ghiandola sebacea dove si osservano
inizialmente piccole aree di aspetto cistico che successivamente
possono confluire distruggendo definitivamente l’apparato
follicolare.
Follicolite decalvante
Affezione abbastanza rara, più frequente nel maschio che nella
femmina, colpisce preferibilmente l’età adulta ed è
caratterizzata inizialmente da infiammazione follicolare con
pustole (rilievi circoscritti cutanei contenenti pus) a capocchia
di spillo situate in corrispondenza dei follicoli piliferi e
successivamente da distruzione del follicolo stesso con caduta dei
capelli e formazione di chiazze alopeciche cicatriziali,
rotondeggianti od ovalari, con pustole disposte alla periferia.
Talvolta possono permanere all’interno delle chiazze pustole
isolate o qualche follicolo. La presenza abituale delle pustole
lungo la circonferenza delle chiazze giustifica l’estensione
centrifuga del processo. Nelle vecchie lesioni predominano le zone
di atrofia cicatriziale e le pustole rappresentano un reperto
occasionale. Per quanto riguarda le cause, anche se spesso
si può isolare un germe, lo stafilococco aureo, dal liquido delle
pustole, è verosimile che alla base del processo debba esserci un
difetto della risposta immunitaria o della chemiotassi
leucocitaria. La terapia, immunostimolante e antibiotica
per via generale, ha di solito effetto solo durante il periodo di
somministrazione.
Aplasìa cutis
L’aplasia cutanea è una rara anomalia dovuta a difetto di sviluppo
embrionario della cute. Si evidenzia alla nascita come
un’area di 1-2 cm priva di cute, rotondeggiante od ovalare, di
aspetto erosivo o ulcerato, a fondo liscio o fortemente
eritematoso. La lesione evolve in alcune settimane verso una
cicatrizzazione (atrofica o cheloidea) che può essere ritardata
dalla ripetuta formazione di croste. Nell’area interessata gli
annessi cutanei (peli e ghiandole) sono totalmente assenti.
L’aplasia circoscritta del vertice si associa generalmente
ad altre manifestazioni: agenesìa delle ossa sottostanti,
microcefalìa e ritardo mentale, sordità, spina bifida, labio e
palatoschìsi, ipotiroidismo, insufficienza pancreatica etc La
terapia è orientata a favorire la riparazione cicatriziale
nell’area colpita impedendo infezioni opportunistiche.
Tumori
Il cuoio capelluto è sede
frequente di tumori benigni e maligni, primitivi o metastatici.
Frequenti ad esempio sono i nevi, l’epitelioma basocellulare, le
cheratosi attiniche, quelle seborroiche etc L’esame clinico e, nei
casi dubbi quello istologico, chiariranno la diagnosi.